Ă morto, allâetĂ di 69 anni a Brescia, Evaristo Beccalossi: storico centrocampista dellâInter è stato una delle bandiere della squadra milanese. Lâex calciatore e dirigente sportivo, che prima di militare in nerazzurro giocò anche nella sua cittĂ , Brescia, avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Da un anno le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma. Il decesso è avvenuto nella notte tra martedĂŹ e mercoledĂŹ in clinica Poliambulanza a Brescia, dove Beccalossi era ricoverato. Centrocampista offensivo di grande talento, ha vinto lo scudetto con lâInter nel 1980. Con la maglia nerazzurra ha collezionato 216 presenze tra campionato e coppe, segnando 37 gol, tra cui una doppietta nel derby del 28 ottobre 1979. Oltre allo scudetto, in nerazzurro vinse anche una Coppa Italia nel 1979.

La carriera
Mancino, molto tecnico, Evaristo Beccalossi è stato tra i trequartisti piĂš forti del calcio italiano tra gli anni â70 e â80. Ă cresciuto nel Brescia, ma il suo nome si lega allâInter: sei stagioni, due trofei vinti, era diventato lâidolo della tifoseria nerazzurra grazie alle sue giocate con il sinistro. Con la maglia dellâInter vinse appunto lo scudetto del 1980 e una Coppa Italia un anno prima. Dopo lâesperienza nella Milano nerazzurra, ha indossato le maglie di Sampdoria, Monza e poi di nuovo il Brescia, prima di chiudere la carriera ad Alessandria e Barletta, dove tornò lo scorso anno per una partita di Eccellenza. Nonostante le qualitĂ tecniche notevoli, non ha mai esordito nella Nazionale maggiore. Dopo il ritiro fu a lungo opinionista televisivo e anche capo delegazione delle nazionali giovanili.
LâInter gli ha dedicato un lunghissimo ricordo sul proprio sito ufficiale: âCi sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone. Il talento non si impara. à un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuitĂ di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi. Fantasista: precisamente, Beccalossi. Gianni Brera lo aveva ribattezzato âDriblossiâ. Lâarte di dribblare, di saltare gli avversari: azzardi sfrontati, quasi sempre riusciti, con leggerezza. Il bello del calcio, il modo piĂš romantico per far innamorare i tifosi. Coi riccioli che ciondolavano sulle spalle, con la sua cadenza inconfondibile in mezzo al campo, dava carezze al pallone. Nessuno, meglio di Peppino Prisco, ha fotografato lâiconicitĂ di Evaristo: âLui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, lâaccarezzava riempiendolo di coccoleâ. Le coccole di Evaristo sono state tante, dentro e fuori dal campo, negli anni in nerazzurro â dal 1978 al 1984 â e poi dopo, nella vita da ex calciatore, sempre al fianco dellâInter, sempre dentro il calcio, tra Federazione, ragazzi da ispirare e far crescere. Da fantasista anche lĂŹ. Destro, sinistro, gol e visione di gioco. Oriali, Marini, Baresi correvano, Beccalossi inventava. E segnava, forniva assist, dipingeva traiettorieâ.

Il club nerazzurro continua: âA volte a intermittenza, a volte in maniera folgorante. Con la schiettezza e la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto, ammetteva candidamente, senza paura di essere giudicato, perchĂŠ il suo forte era anche quello: âQuando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da meâ. La numero 10 sulle spalle: arrivò allâInter dal Brescia, la squadra della sua cittĂ , nel 1978 e si trovò catapultato dentro un Meazza che lo accolse subito spellandosi le mani. Dâaltronde la segnalazione a Sandro Mazzola â suo predecessore con la 10 e allâepoca dirigente nerazzurro â arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Il manifesto della sua immensa bravura e anche della sua volubilitĂ , cosĂŹ particolare e al tempo stesso magnetica. âCon Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato’â.

Diventò lâidolo della tifoseria dellâInter grazie anche ad alcuni episodi ancora oggi ricordati dai tifosi nerazzurri. Tra questi la doppietta segnata al Milan nel diluvio di San Siro, nel derby dâandata della stagione 1979/80, quella che portò poi allo scudetto: âMolti di noi non erano ancora nati, in quel 1980, ma quel coro accompagnò lâInter di Bersellini verso il 12° Scudetto. Con Bordon, Baresi, Altobelli, Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra. Sette gol, due nel derby dellâ8 ottobre 1979. Un destro al volo di una leggerezza inarrivabile, su un campo senza erba, solo di fango. E un altro gol per chiudere una stracittadina solo nerazzurra. PiĂš dei gol, 37 in 215 apparizioni, piĂš dei titoli â uno Scudetto e una Coppa Italia â Beccalossi è sempre stato lâuomo dei sogni: quello che ti poteva regalare una magia, in qualsiasi momento, e pazienza se non arrivava, tu lo avevi in campo e bastava quello, sapere di poter assistere, presto o tardi, a un dribbling, a una traiettoria impensabileâ.

Una volta però sbagliò due rigori in otto minuti, prendendosi la responsabilitĂ di calciarli entrambi: âE pazienza, se in una notte di coppa, arrivarono due errori dal dischetto nel giro di cinque minuti. Ancora una volta, geniale anche in questo caso, pur senza meriti, si trasformò questa serata storta in un qualcosa di artistico: il monologo portato a teatro dallâattore Paolo Rossi. âLa cosa piĂš bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno dâoggiâ. Non solo un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nellâaver avuto il âBeccaâ nella storia del Club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con lâennesimo dribbling della vita di Evaristoâ.